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Depressione e Disturbo bipolare

I disturbi dell’umore sono suddivisi in disturbi depressivi (depressione unipolare) e disturbi bipolari.

I disturbi depressivi si distinguono dai disturbi bipolari per l’assenza di episodi maniacali, ipomaniacali o misti.
Secondo il DSM-IV si può diagnosticare un episodio di alterazione dell’umore solo se alcuni sintomi sono presenti simultaneamente da almeno due settimane e se rappresentano un significativo cambiamento rispetto al comportamento abituale del soggetto interessato

La Depressione come concetto di disturbo va inteso non tanto come tristezza, malinconia, ma come de-tensione, calo di tensione in un sistema che regola varie funzioni, dall’umore propriamente detto, al sonno, alla rapidità di pensiero, alla ripetitività dei pensieri di controllo, alla suscettibilità alle reazioni di allarme.
Il soggetto è depresso per la maggior parte del giorno, egli sente dentro di sé un vuoto che lo rende triste e lamentoso. Ogni giorno la situazione peggiora, si sente demotivato e non prova interesse o piacere per qualsiasi tipo di attività. La persona può aumentare o diminuire di peso senza alcuna causa fisica specifica e spesso il rapporto con il cibo e il sonno appare alterato.
A volte il soggetto sviluppa un forte complesso di colpa e si autosvaluta, attribuendosi la responsabilità di essersi ammalato.
Sono frequenti i pensieri relativi al tema della morte, con progettazione di tentativi di suicidio.

 

 

Quando la depressione è di tipo bipolare le cose si complicano. Le persone con disturbo bipolare, specialmente se in forma attenuata, tendono a considerare al massimo il disturbo in termini di depressione bipolare. Di solito però si presentano come “depressi”, “depressi cronici”, cioè non vedono e non ritengono di riferire la parte eccitatoria del loro disturbo. L’eccitabilità è riferita come “ansia” quando l’umore è basso, mentre quando l’umore è alto non è riferita poiché identificata con una condizione normale, cioè desiderabile e gratificante, o comunque di migliore spinta vitale. La diagnosi di disturbo bipolare non è assolutamente tra quelle “gradite” ai pazienti, perché introduce una visione opposta a quella dettata dalla consapevolezza del disturbo, e cioè imperniata sull’eccitamento anziché sulla depressione. A questo contribuisce anche l’equivoco tra eccitamento ed euforia: un disturbo bipolare può anche essere composto da fasi depressive e fasi agitate, in cui l’umore è sempre depresso, ma il grado di attivazione motoria, ideativa e l’insofferenza oscillano tra l’inibizione e l’eccitazione. E’ in questa instabilità, e i pensieri e le scelte che si alternano tra le fasi, che si realizza il concetto di bipolarismo. Per questo, il paziente non dovrebbe ragionare in termini di fasi “su” o “giù” prese isolatamente, ma dovrebbe concepire il disturbo bipolare come una cosa fondamentalmente diversa dalla malattia depressiva, che si riconosce dai danni che le oscillazioni tra inibizione e eccitamento producono sulla personalità, sul rapporto con il mondo e con i propri obiettivi di vita.

I soggetti con disturbo bipolare hanno spesso le cosiddette “co morbidità” che è come dire che una stessa malattia può colpire diversi organi o parti dello stesso organo. Una parte centrale c’è sempre, altre a seconda dei casi: così c’è chi ha il disturbo bipolare e il panico, le ossessioni, la fobia sociale. Queste persone si presentano solitamente per il disturbo d’ansia, e secondariamente riferiscono elementi che riconducono alla diagnosi di fondo. La comparsa o l’aggravarsi dei sintomi ansiosi sono considerati in parte dei casi un “equivalente depressivo”, cioè un indice di abbassamento dei livelli di eccitamento umorale, che si traduce non tanto in depressione classica ma in una condizione di fobia, ritiro sociale, insicurezza, dubbio, paure varie riconducibili alla struttura di una ossessione, di un’ansia sociale, o di un panico.



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